MAPPA DEL SITO


 

 

Perché una sezione tutta dedicata alla scrittura femminile?

Da Omero tutta la letteratura occidentale è maschile. E’ maschile anche la Bibbia, l’altra fonte letteraria della nostra civiltà. Sono maschili anche le letterature delle civiltà extraeuropee come la giapponese, la cinese, la Persiana, l’araba. Sono sempre stati gli scrittori maschi a raccontare il mondo femminile. Maschi che non avevano nessuna esperienza diretta dell’elemento femminile e che, al massimo la ricavano da fatti e confidenze femminili che però, a loro volta dovevano usare il linguaggio maschile.

La scrittura femminile, che si è nutrita per secoli solo dell’altra letteratura, forse ha assimilato in maniera così forte il modo maschile da credere sinceramente che quel modo di raccontare i loro sentimenti fosse l’unico possibile.

Ma le cose non stavano e non stanno così. E come se la letteratura, che sta languendo, attendesse la metà mancante, una metà che sta arrivando e che non può che arrivare con una vera rivoluzione di contenuti e di scrittura. Qualcosa di urtante, di totalmente nuovo, ancora più di innovativo, e rivoluzionario della rivoluzione delle avanguardie d’inizio secolo.

Virginia Woolf è forse stata la scrittrice più femminile. Non solo ha inventato il flusso di coscienza, non solo ha scritto un capolavoro come Orlando, (non a caso il/la protagonista percorre i secoli a volte come donna, a volte come uomo) ma ha scritto quello stupendo libretto Una stanza tutta per me che, pur  parlando delle fatiche delle scrittrici oberate dal lavoro di casa e senza neppure “una stanza tutta per sé”, è una grandiosa metafora sulla difficoltà femminile di liberarsi dal giogo della scrittura maschile.

Anche in Italia abbiamo avuto una scrittrice, la Ortese, di eccezionale sensibilità visionaria, con una biografia d’isolamento e paura del mondo. Chissà che non sia la condizione ideale affinchè la sensibilità femminile possa reinventarsi; forse le uniche autentiche scrittrici femminili furono le sante mistiche o le sante laiche come Cristina Campo, ma chi le legge? Esiste qualche ristampa delle opere della Campo?

 

 

La Finestra

 

Sento il contatto d’acciaio con la superficie della sedia.

Il mio corpo non riesce a scaldare il metallo.

Anche se sto seduto a lungo.

Anche se resto qui e parlo e la notte mi attraversa e diventa giorno.

Il freddo mi calma. Non sarebbe lo stesso fossi seduto su una sedia diversa, di legno magari, o sopra una sdraio.

Sono tanti e diversi i tipi di conforto che potrei portare a me stesso o ricevere, forse, e che non voglio accettare. Ne allontano l’idea con uno scatto del polso.

Come farei con la nicotina quando si addensa e scolpisce disegni nell’aria ferma.

Non voglio bibite calde a scaldarmi la notte.

E se pure ci fosse qualcuno disposto a sapere che sono qui. A fare qualcosa di questo sapere, come portare una piccola pianta poco costosa. Se pure fosse così. Anche allora farei scattare il mio polso.

Questa sedia va bene e non serve nient’altro.

Solo, la mano di mia madre sembra morta.

I suoi occhi assomigliano ai ciottoli di vetro che raccoglievo sulla spiaggia. Brillavano di mare, ma poi, a casa, appannavano nel vaso.

Qui spengono la luce molto presto, ma lasciano i corridoi illuminati. E la penombra ingrigisce le lenzuola bianche.

Gli infermieri della notte hanno visi tirati.

Li immagino mentre liquidano con un movimento svelto del collo il caffè rimasto nella tazza.

E poi si costringono a lasciare la sala; si alzano puntellando le braccia sui palmi e percorrono lenti i corridoi lunghi.

A intervalli regolari mi dicono di uscire dalla stanza. Tolgono il catarro dal collo di mia madre.

Io mamma accompagno il tuo respiro. Ruoto su me stesso come su un pendio benedetto dalla Luna. Vengo a te laddove puoi starmi ad ascoltare.

Ho una storia da portarti in dono perché tu possa rendere grazie quando sarà la morte.

 

 

Ogni mattina arrivo al lavoro e mi tolgo la giacca. Sfilo il maglione che indosso tendendo le braccia ed indosso un grembiule turchese.

Mi avvilisce, mentre mi ci infilo e ne chiudo, ad uno ad uno, i bottoni. Mi appesantisce lievemente le spalle e, quando aumento il ritmo del passo, lo intralcia rendendolo meno incisivo.

Ho sempre pensato che gli occhi fossero come gli specchi. Da quando lavoro in questa scuola, ad esempio, vedo bene me stesso riflesso in quelli degli altri che lavorano qui.  Mi vedo il grembiule turchese ed i denti radi: non proprio un bidello, o come meglio si dice, un operatore. Una specie di ausiliare, piuttosto.

Quello che impugna il bastone per lavare i pavimenti, mentre spinge il carrello delle pulizie con i fianchi.

Mi si specchia la desolazione turchese negli occhi della maestra che mi volge la faccia un istante e come per sbaglio, mentre le porgo le fotocopie. In quelli del bambino distratto da un gioco, a causa di un rumore imprevisto.

Mi vedo con lo stesso nitore con cui lo specchio sopra il lavabo mi rimanda l’immagine del pettine che immergo sotto il getto dell’acqua. E che poi passo, lento, attraverso i capelli.

Allora distolgo lo sguardo. Mi vengono in mente quei cigni grigi, riusciti meno bene dei loro compagni. Abbasso le ciglia come piegassi il collo verso la superficie ferma di un lago di fango.

La sera, i corridoi larghi odorano di candeggina e silenzio. Le sedie sono sollevate, capovolte, sulla superficie dei banchi.

Sfilo il grembiule e lo appendo ad un gancio.

E poi, prima che qualcuno potesse chiamarti respiro questo sibilo cupo e portarti a morire su un letto di bianco e di ferro, io tornavo a casa da te.

Ti rispondevo al sorriso ed al bacio, ma ancora sentivo la bocca contratta da  retrogusti di tristezza e vergogna.

Ma allora li vincevano sempre, ogni sera e finalmente, le tue dita di madre sulla faccia e la nuca.  

 

Ma qui, ora, posso solo restare a guardare, mentre sei costretta ad essere altrove e a procedere oltre.

La luce in corridoio allontana il sollievo del buio.

In un’altra sera avrei pregato perché le lacrime arrivassero e mi addolcissero gli occhi.

Ma questa è una sera diversa: il tuo Dio Padre, oggi, ha avuto pietà.

Mi è dolce pensare che quanto oggi è accaduto sia il segno che Lui abbia abbassato il Suo Viso verso di te. Affinché ti fosse cancellata la pena di lasciare indietro tuo figlio. La pena di avere le mani impotenti a percorrergli lente la fronte e i capelli; impotenti ad allontanargli dal viso, come fosse sudore, desolazione e stanchezza.

Ti porto in dono la storia di ciò che è accaduto.

Te la porto affinché tu possa rendere grazie.

Chiudo gli occhi alla penombra che contamina il bianco spietato dei muri dell’ospedale. Vengo a te laddove puoi starmi a sentire. Mi lascio sopraffare dal ritmo del tuo respiro come fosse il respiro di un mare, che soffia sulla sabbia un’ onda, e poi si ritira.

 

Oggi sarebbe potuto sembrare un mattino tra tanti. Il grembiule turchese a pesarmi sulle spalle e il torace. Ho acceso le luci, sono entrato in un’aula ed ho cominciato ad abbassare le sedie sollevate sui banchi. Ma ho sentito un rumore ed ho visto che la nuova maestra aveva mosso un passo all’interno e poi, vedendomi, si era fermata. 

L’ho pregata di accomodarsi. Ho sorriso. Io avrei terminato in un solo minuto e non l’avrei disturbata.

Ma è stata lei a scusarsi di essere lì. Se anche tu avessi potuto sentirne la voce, ne saresti rimasta sorpresa: ci sbocciava dentro un sorriso gentile. Come in un giardino si schiudono, generose, le rose.

Si è sfilata a fatica una borsa pesante attraverso la spalla e la testa; ha liquidato con un gesto leggero la cerniera della giacca di cuoio stremato.  Ha afferrato una sedia, capovolgendola con polsi sottili, e l’ha sistemata ai piedi del banco.

Ho abbassato le ciglia e voltato la testa. Ho ucciso il desiderio di guardare i suoi occhi.

Gli occhi degli altri sono come gli specchi: non si curano di alterare qualcosa.  Ed io, di specchi di pena, ne avevo parecchi.

Più tardi è esploso l’azzurro del cielo e faceva caldo. Dovevo tornare nella sua aula a consegnarle gessetti nuovi per la lavagna.

Percorrevo il corridoio distrattamente ed il gesso mi lasciava una patina bianca sul palmo sudato.

Ogni tanto, mi piegavo a raccogliere da terra un grumo di carta. 

Quando le ho sporto i gessi, la sua voce mi ha ricordato l’omaggio di una rosa carnosa. Bianca, sottilmente odorosa.

Credo che i cigni grigi, alle volte, sollevino lenti la testa sottile dalla superficie calma del loro stagno. Come per sbaglio. O forse distratti da una speranza.

Così io.

E mi sono affidato ai suoi occhi.

 

Basito, il cuore in fiamme.

Piano, mi sono detto di respirare piano, comunque.

Anche se nuotando nei suoi occhi chiari sentivo nel corpo carezze di cui solo sono capaci correnti di mari che piegano alla dolcezza il proprio potere.

Anche se in quegli occhi erano i miei che mi trovavo a guardare.

I miei occhi. Riflessi nei suoi come su un vetro affacciato sui prati di notte.

I miei occhi. Che tu solo hai amato: i miei occhi da cane. Tanto densi da costringermi a immaginare di poterli, forse, amare io stesso.

Già questo sarebbe bastato perché questa sera potessi portarti un inestimabile dono a conforto.

Ed invece questa giovane donna- polsi sottili- mi ha fatto oggetto di un omaggio ulteriore. Impensabile e mai, davvero, sperato: un’immagine della sua vita di ieri. Che piano si è schiusa a me nei suoi occhi grandi. 

E allora ho visto lei quando la vita le era tanto più giovane di questo giorno. Poco più di una bambina accucciata sull’erba dietro una siepe. D’estate, di notte.

E, in lei, una paura vischiosa e densa che si faceva panico e urlo. E attesa.

Ma io sapevo cose che ieri lei non poteva sapere. E avrei voluto con un passo colmare la distanza che mi separava da quella bambina.

Allora, mi sarei accucciato, anche io, sull’erba bagnata. Va tutto bene, avrei detto. Andrà tutto bene.

Nessuno riuscirà ad allungare le braccia abbastanza da poterti fermare. Un passo poi l’altro lungo il cammino. Percorrerai la tua strada fino ad arrivare ad un luogo, un momento, in cui i tuoi occhi non saranno specchio ma finestra sulla notte calma.

 

Mamma cara, riposa quieta. Rispondi alla Voce che chiama il tuo nome e non avere paura. Il tuo Dio di Dolcezza ha i polsi sottili ed occhi capaci di fare, di un uomo avvilito qualunque, il depositario di un frammento brillante di senso. Lo custodirò intatto per lei. Allontanerò lo squallore tetro che mi pesa addosso: saprò donare a me stesso il conforto che sempre, la sera, mi ha portato l’amore delle tue mani.

Ma se tu ora puoi affidarti serena alla morte, io devo accettare di avere un debito che mai potrò restituire.

Perché attraverso gli occhi

per accucciarsi accanto al dolore di una ragazza in fuga

non si può entrare.

 

Anna Chiara

Informativa sulla privacy
Home page gratis da Beepworld
 
L'autore di questa pagina è responsabile per il contenuto in modo esclusivo!
Per contattarlo utilizza questo form!