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PROGETTO AVANGUARDIE  

FILOSOFIA

LA CRISI DEI FONDAMENTI NEL PENSIERO

 

Si affievoliscono i temi delle filosofie tradizionali come kantismo, idealismo, tomismo, l’ottimismo positivista anche se nel trapasso del secolo l’idealismo attrae in Inghilterra ( Bradley) e in Italia (Croce e Gentile) numerosi pensatori, trionfa il marxismo ma accanto a costoro e anzi spesso al loro interno vengono gettati i semi di un nuovo modo di pensare. In America il Pragmatismo (Pierce, Dewey), Mach e Poincarè rinnovano l’epistemologia portando ad esaurimento l’idea stessa di verità scientifica e Nietzsche, Freud, Wittgentein sulla verità, sul concetto, sulla morale, sul mondo stravolgono il pensiero tradizionale.

La filosofia del sospetto  Nietzsche, Freud   

 

Nietzsche realizzato da Klinge    

 

 

Nell’onnipresente conflitto tra verità e illusione, tra mondo reale e mondo come ci appare, tra noumeno e fenomeno, tra verità e apparenza, Nietzsche prende una chiara posizione a favore del mondo come ci appare, abolendo la distinzione tra verità e illusione perché sospetta in quanti sostengono l'esistenza di una verità  assoluta un' "ostilità” alla vita, una rabbiosa, vendicativa avversione alla vita stessa.

Nietzsche sospetta che l’affermazione di un mondo “reale”, più profondo, più vero contrapposto al nostro mondo squalificato come illusorio, in quanto non accessibile all’uomo, possa dare motivo a chiunque di riempirlo di significati propri, di verità soggettive che utilmente possono essere inventate e accettate come verità assolute. Ma è ovvio che questo mondo “vero” può essere il fondamento di qualsiasi dottrina religiosa, morale, politica e comportamentale costrittiva e può giustificare qualsiasi forma di dominio che tracciando un confine tra il bene e il male, tra la santità e il peccato, lo tracci in maniera funzionale al dominio stesso. Ecco come il potere, sfruttando il bisogno di sicurezza degli uomini, può creare un mondo “vero” che uccide il piacere di vivere, dichiarandolo moralmente peccaminoso e criminale, funzionalmente ai propri scopi di dominio. Il superuomo del futuro sarà colui che riuscirà a liberarsi di questa ideologia.

Nel mondo degli uomini si contrappongono paura e amore. l'Amore è il sentimento che porta il superuomo ad amare la vita così com'è tanto da desiderarne l'infinita ripetizione con tutte le sue gioie e i suoi dolori. Paura è il sentimento che ha  colpito e colpisce l'uomo da sempre. Per reagire a questo sentimento e cercare sicurezza, l'uomo ha ricostruito un mondo metaforico e ideologico in cui cercare sicurezza. Il concetto di ideologia è lo stesso propugnato da Marx ( Anche se Nietzsche non usa il termine ideologia, il senso è quello inaugurato da Marx ). Un'ideologia che ha costruito Dio, il mondo di Dio e il concetto di verità strettamente collegato al concetto di Dio, perchè è Dio che ci impone di credere che esiste una verità, al di là delle apparenze di gioia, e dolore, paura e speranza che ci offre il mondo dei sensi. 

Liberarsi dall'Ideologia? Di dio, della verità, dei principi? Ma come possiamo costruire, ci avverte Nietzsche, una rappresentazione non ideologica quando dobbiamo farlo col nostro linguaggio, quando tutte le frasi che usiamo sono conformi ad una certa grammatica, che è un prodotto e produce, a sua volta, l'ideologia, che porta con sè in senso extramorale ? ..."finchè non avremo liquidato la grammatica non ci saremo liberati di dio" afferma in Verità e Menzogna del 1873

Anche il bisogno di liberarsi dell'ideologia, di liberarsi di miti e metafore per raggiungere la verità, il vero mondo, è superstizione. La verità espressa col linguaggio è dunque quella espressa dalle regole della comunità in un contratto sociale. In  ogni caso tutto il linguaggio è metafora, non raggiunge la realtà, non possiede oggettività, non si riferisce alle cose. Non c'è corrispondenza fra frasi e fatti, fra parole e cose; sia la frase, che la parola, che le rispettive immagini mentali sono metafore. Noi siamo condizionati quando ci rappresentiamo e descriviamo la realtà, il mondo, le cose, i fatti, da un sistema di segni e di regole che abbiamo ereditato, ereditando con essi la rappresentazione ideologizzata del mondo, dei fatti delle cose.

 Contro il positivismo, per il quale ci sono solo fatti, Nietzsche oppone che i fatti non esistono ma solo le loro interpretazioni. Il mondo è un testo misterioso non ancora decifrato, il cui senso si moltiplica col moltiplicarsi delle interpretazioni. Tra queste interpretazioni, quelle dominanti ci inducono a una fede verso il mondo oggettivo dei fatti oggettivi.

 In definitiva - e in questo Nietzsche va ben al di là delle dottrine della conoscenza del passato che in qualche maniera affermavano la non oggettività del mondo - proprio tutto ciò che si mostra e ci appare più evidente, va guardato con sospetto perchè proprio la supposta evidenza nasconde, maschera una costrizione, una gabbia che può derivare dal passato sociale, dalle forme liguistiche, dalla struttura della convivenza in cui siamo nati. In questa radicale totale sfiducia consiste il "nichilismo"  e quella stessa tanto citata "Morte di Dio" ucciso da quello stesso amore per la verità insegnato e prescritto dall'ideologia.
Ma non solo di Dio viene decretata la morte; è l'intero mondo di dio e degli uomini ad esistere solo come ideologia. Ideologia sono la morale, il linguaggio, i fatti, le cose, lo stesso uomo che vive in quel mondo ideologico, in quella rete di fatti, di frasi, di precetti inventati dalla sua paura. 

 Nella sua “ La volontà di potenza”  leggiamo che l'amore per la vita così come gli viene è tale che fa dire al superuomo “questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora innumerevoli volte, e non ci sarà mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà far ritorno a te,e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna e così pure questo attimo e io stesso. l’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre capovolta di nuovo e tu con essa, granello di polvere.”

 

La dottrina dell’eterno ritorno non è una teoria metafisica  ma un’esigenza, un volontà del superuomo che ama la vita e la sua vita fino al punto dal desiderarne l’eterno ritorno.

 

 

Sigmud Freud

 

    

Con Freud nasce un rivoluzionario concetto di verità.

Prima di lui si era arrivati a dubitare della realtà fuori dell’uomo, della validità dei suoi pensieri, ma mai era venuta meno la certezza dei propri pensieri, delle proprie sensazioni, delle proprie emozioni, dei propri sentimenti: so assolutamente di amare mia madre, la mia ragazza, ecc., e non accetto che qualcuno metta in dubbio che io senta veramente questo sentimento. Posso pensare che il comportamento altrui sia una maschera, che il mio stesso comportamento sia una maschera, indossata per presentare una immagine di me diversa, ma nell’attimo stesso in cui giudico il mio comportamento una maschera, sono sicuro che dietro quella maschera si nasconda il mio vero pensiero che io ritengo di conoscere con certezza.

Freud affermò che è lecito sospettare della propria immediata evidenza di coscienza: a fronte di un nostro io conscio, esiste un io inconscio, che solo  con opportune tecniche può essere portato alla luce.
Le malattie isteriche, le turbe psichiche, i sogni, i lapsus, ecc. dopo Freud, diventano, come asserisce Lacan, un nuovo codice di significati, strutturato come un linguaggio attraverso cui il nostro inconscio, parla. Ricordate Cartesio che dubita: “Sogno o son desto?” dove il sogno rappresentava l’illusione, l’inganno, l’errore? In Freud il sogno diventa traccia di verità.  



 

 La crisi dei fondamenti nelle scienze: Mach,  Poincarè

Henry Poincarè

 

 

 

 Gli anni a cavallo del secolo furono anni di pensiero, riflessione anche per la scienza e sulla scienza. Più che le filosofie di Boutroux, Blondel, Bergson che espressero filosofie critiche verso il sapere scientifico senza essere a loro volta scienziati, viene oggi riconosciuto un maggior valore alle riflessioni di scienziati-filosofi come Poincarè e Mach, "addetti al mestiere", che ben conoscevano la loro materia.

 L’analisi del Principio di conservazione dell’energia, individuato come principio basilare della fisica e della scienza in generale, viene assunto da Poincarè come test fondamentale e assolutamente significativo. Se si suppongono validi il principio di conservazione dell’energia e della minima azione, sostiene Poincarè nel suo trattato La Scienza e l’Ipotesi,è possibile:

 

“Fornire non una sola spiegazione  meccanica, ma un’infinità. Grazie al noto teorema di Koenigs sui sistemi articolati, si potrà dimostrare che tutto può essere dimostrato in una quantità di modi , attraverso i legami come fa Hertz, oppure attraverso le forze centrali. Si dimostrerebbe anche facilmente che tutto si può sempre spiegare ricorrendo agli urti.”

 

Con questa ipotesi le entità teoriche diventano tante quante le teorie possibili ossia infinite; ciascuna legittimamente “valida” all’interno della sua teoria, nessuna “vera” se non per convenzione. A questo punto come si può ancora parlare di entità teoriche come denotanti entità reali e di teorie come descrizioni vere della realtà? Che dire poi dello stesso Principio di conservazione dell’energia, il principale pilastro dell’edificio della fisica?  Per Poincare “ I principi sono convenzioni e definizioni travestite e il Principio di Conservazione nonn fa eccezzione. Nato come conservazione dell'energia mweccanica, si è poi dovuto, successivamente di volta in volta, aggiornare con la scoperta della energie termica, magnetica, chimica, elettrica, elettromagnetica, sicchè è porevedibile che altri aggiornamenti dovrà subire in futuro. Con questi presupposti Poincarè conclude che ( capitolo ottavo: Energia e Termodinamica“Se si vuole enunciare il principio in tutta la sua generalità ed applicandolo all’universo, lo si vede quasi svanire, e non resta più che questo:  C’è qualcosa che rimane costante.” (1), assegnando al princio un valore provvisorio, regolativo convenzionale.

Ernest Mach

Similarmente Mach conduce nella sua opera un'analisi critica rigorosa della razionalità delle grandezze e delle leggi della fisica.  La  sua modernità, la sua grandezza, la sua carica rivoluzionaria  sono testimoniate dal suo non arretrare di fronte a qualsiasi esito. E’ lo stesso concetto di razionalità ad essere messo in dubbio. Mach giunsge a negare che potesse esistere un criterio di razionalità a cui ricondursi e a concludere che la spiegazione scientifica non riconduce “la non intellegibilità a “intellegibilità”, ma piuttosto “si riconducono inintelligibilità insolite a intellegibilità usuali 1872, p.31

 

 

WIITGENSTEIN 

 

 


 Wittgenstein  

Le sue opere  Il Tractatus e le  Ricerche Filosofiche nonchè i numerosi inediti usciti dopo la morte sono considerate due pilastri della filosofia del secolo scorso.      

 

 

 Nel Tractatus che può ancora essere considerata opera tradizionale e propositiva, proposizioni sensate sono solo quelle verificabili e quelle logiche che pur essendo tutte tautologie ossia della forma "O piove o non piove" non dicono nulla ma mostrano l'uso dei segni. Tutte il resto e quindi tutta la metafisica e la filosofia del passato è semplicemente non senso e su ciò di cui non si può sensatamente parlare bisogna tacere perchè "l'enigma non c'"è. Anchele proposizioni  del Tractatus sono non sensi.   Il Tractatus influenzò nella sua parte propositiva e antimetafisica  il neopositivismo logico che ne rigettò però quel tanto di misticismo distruttore che lo conduceva a un finale silenzio.

Dopo un lungo silenzio Wittgenstein pubblicò le sue  Ricerche Filosofiche uno dei trattati più innovatori e rivoluzionari del secolo in cui si rivalutavano i linguaggi naturali rinunciando al tentativo di controllarli assimilandioli in un linguaggio logicamente corretto. Compito della malattia filosofica è chiarire i problemi connessi con gli infiniti giochi linguistici che formano il mosaico del linguaggio naturale. La filosofia, la metafisica restano come nel Tractatus malattie del liguaggio da cui si può guarire non con un metodo, come proponeva il Tractatus, ma con tanti metodi quanti sono i giochi linguistici con cui si presenta la malattia. 

 Un atteggiamento antiriduzionista anima le Osservazioni Sopra I  Fondamenti Della Matematica e non solo in relazione al riduzionismo matematico. L’antiriduzionismo si manifesta in maniera così radicale da indurre Bernaysais a bollarlo di "irrazionalità" e di un "atteggiamento distruttivo", condotto senza alcun chiaro fine, verso il pensiero speculativo.

Le Osservazioni non hanno un impianto unitario; sono una successioni di pensieri, esempi, impressioni, appunti scritti in periodi diversi in preparazione, forse, di un saggio che poi non fu mai scritto. Un filo conduttore però c'è. Wittgenstein si esprime sia contro il formalismo, sia contro il locicismo e in genere contro ogni pretesa di dare un fondamento, un impianto unitario alla matematica. Anche se talvolta il suo discorso ricalca il pensiero finitista o intuizionista, Wittgenstein. è in effetti lontano da ogni teorizzazione. Sembra quasi che la sua profonda avversione per ogni dottrina, per ogni teoria che sarebbe, in ogni caso, "una" (sola) teoria sul "mondo" (tutto) lo metta in guardia dall'esprimere una sua teoria. Il suo atteggiamento filosofico è ossessivamente avverso a ogni tentativo che, in qualche modo, cerchi di unificare concettualmente tutto ciò che va sotto il nome di "Matematica". Tutto il trattato è un ossessionante esposizione di esempi a confutazione del principio di estensionalità: per Wittgenstein il pensiero secondo il quale concetti con ugual estensione sono interscambiabili, è la malattia della filosofia.

Se i Principia di Russel rappresentano, in matematica, l'estremo riduzionismo (dove il riduzionismo avviene dalla matematica alla logica), gli sparsi pensieri di Wittgenstein. rappresentano l'antiriduzionismo teorico estremo, che si manifesta come opposizione a ogni unità di significato della matematica e quindi a ogni tipo di fondazione della stessa matematica.

 Così il numero 60 non è lo stesso che il numero 6x10 (la pratica della vita lo testimonia: si può essere capaci di fare sei mucchietti da dieci o dieci da sei senza saper contare fino a 60), la retta popolata da numeri non rappresenta la potenza del continuo, il calcolo letterale è irriducibile a quello numerico, il calcolo nella notazione decimale è altra cosa rispetto a quello eseguito con bastoncini. I numeri del pallottoliere non sono quelli definiti dal logicismo.

 Tutto ciò non viene argomentato consequenzialmente, ma viene illustrato da esempi che fungono da esemplari. Per Wittgenstein tutto il riduzionismo si basa sulla perdita d'identità, sul camuffamento: "..se li avvolgiamo in una quantità sufficiente di carta, tavoli, sedie, sbarre, alla fine, ci sembrano sfere" (2.52)

  Wiggenstein non da alcun peso al fatto che con i “numeri” della logica si riesca a pervenire agli stessi teoremi a cui si perviene con i “numeri” della matematica. Per lui i due tipi di numeri non sono gli stessi numeri. Fare calcoli con numeri grandi diventa impossibile se si usano i numeri intesi come classi di classi. E’ inutile dire che in teoria sarebbe possibile; anche misurare la distanza dalla terra alla luna con un righello in teoria è possibile, ma in effetti non si può fare. Altrove Wittgenstein sostiene che non ha lo stesso senso chiedere "Hai cinque cani?" ed esprimere la stessa domanda in termini di classe di classi.

Come si vede l'opposizione verso il principio di estensionalità è radicale. Possiamo assimilare fra loro numeri diversi, ma solo al prezzo camuffarli, di perdere qualcosa (ad esempio, la semplicità di certe operazioni, la loro coordinazione nelle varie notazioni posizionali), di ridurli maschere impotenti e goffe. Il formalismo logico, lungi dal fondarli, li appesantisce e li traveste.

Al più Wittgentstein sarebbe disposto ad ammettere che i numeri dei Principia sono cose che, all'interno dei Principia e del suo orizzonte teorico, si comportano più o meno come gli altri tipi di numeri all'interno dei rispettivi orizzonti teorici, ma, in ogni caso, quei numeri non sono quegli altri numeri: i numeri dei Principia, non sono quelli di Peano, non sono quelli dell'abaco e neppure quelli di Kroneker .

Nè potremo in nessuno dei due casi degli esempi precedenti ricorrere solo a qualcosa di extraverbale; Wittgenstein insegna che il ricorrere a una tavoletta nera per eseguire comparazioni ci dice ben poco; non solo perchè esistono vari tipi di nero, non solo perchè dovremmo definire in maniera più o meno arbitraria il confine tra questo e altri colori, ma anche perchè dovremmo in qualche maniera accompagnare la presentazione della tavoletta con una indicazione verbale che, in questo caso, farebbe da ponte da un mondo simbolico, a un altro mondo simbolico dove i simboli sono parole. Per far ciò dovremmo presentare un enunciato. (E presentare un enunciato  del tipo "questo è rosso" presuppone, come dice Wittgenstein, un bel po' di conoscenza del linguaggio.)



 LO    STORICISMO

  DILTHEY 

fondatore dello storicismo moderno         

 

Anche per Dilthey, come per Hegel, la realtà ha carattere storico,  ma per Dilthey  "la coscienza  storica della finitudine di ogni fenomeno storico, di ogni situazione umana e sociale" è anche coscienza di finitudine ovvero ogni verità è storica. La validità delle scienze, (tanto quelle  dello spirito quanto quelle della natura ) è finita, provvisoria e storica. Non esiste nessun sapere assoluto, nessun valore assoluto, nessun principio eterno; tutto si storicizza e si relativizza alla storia e, in quanto tale, nasce fallibile, ricusabile, caduco.

Come per Nietzsche, un ordine razionale della realtà storica non esiste, come non esiste una razionalità universale e necessaria. Esiste solo l'Erleben, la vita con la sua carica di ragione e di forza "dell' irrazzionale.  Esiste solo il nostro sforzo di interpretare l' "Enigma del mondo".  A questo punto esiste una possibilità della scienza storica solo se si tiene conto che alla base di tutto, e quindi anche della scienza storica, esiste la fragilità umana, la sua limitatezza, la sua finitudine, la sua storicità anche là dove si realizzano forme supreme di civiltà come l'arte, la religione, la filosofia.

I valori, gli ideali, le filosofie, i criteri di verità non sono "esterni" alla storia e non la illuminano dall'esterno, ma sono essi stessi prodotti storici: tutti i valori che l'uomo crea eterni per sua illusione. Non esiste neppure una verità totale, ma solo interpretazioni, ossia verità da un certo punto di vista. Ulteriore illusione sarebbe sperare di unificare tutti questi punti di vista per trovare la Verità. La liberazione dell'uomo dalla tirannia delle visioni del mondo s'esaurisce nell'angoscia della consapevolezza del nulla che si conosce e della nostra finitezza

 

 

Osvald Spengler- autore del Tramonto dell'Occidente

 

Pensatore storicista che teorizzò la caduta della civiltà occodente. Secondo lui tutte le civiltà, come gli uomini attraversano la fanciullezza, la gioventù, la maturità, la senilità e la morte. Quella occidentale, che non fa eccezione, è attualmente nella sua decandenza e la sua morte è vicina.

Naturalmente con una simile concezione tutti i valori, le conoscenze le filosofie sono espressione della loro civiltà e della storia di quella civiltà.Non esistono, saperi, valori, verità eterne, neppure la sua filosofia che rimane un'espressione di pensiero legata al tramonto dell'occidente.

 

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