MAPPA DEL SITO

Contesto di comprensione

seconda parte

Estensione del concetto di metafora ai mondi

 L’oggetto dell’opera può essere tutt’altro da quello che appare dalle informazioni che vi leggiamo o percepiamo. Anche per il vero della vita il problema è di trovare vie d’espressione che oltrepassino le funzione e le anticipazioni omologanti delle teorie.

Pensiamo al sentimento della scoperta di nuovi mondi. Pensiamo, ad esempio, alla scoperta dell’America. Come potremmo descrivere i sentimenti di paura, di stupore, di sorpresa e di meraviglia che dovettero provare quegli individui che esplorarono il nuovo continente e gli analoghi sentimenti che provarono i conquistati? Quelle che per loro erano enigmi, novità paurose o meravigliose per noi sono sapere acquisito e organizzato. Come videro quei nuovi uomini, quegli animali, quelle armi e quelle civiltà? Noi sappiamo come le videro dai loro racconti e dalle informazioni che sono state successivamente acquisite e abbiamo ormai metabolizzato quelle informazioni, quei sentimenti di stupore, di meraviglia, di paura in relazione a quella vicenda di scoperta. Esse fanno parte del nostro patrimonio culturale, non ci possono più coinvolgere o tenere con il fiato sospeso perché la verginità dell’incognito non può essere ricuperata con una loro rinarrazione. Questa con i suoi eventi ci giungerebbe completa di tutte quelle anticipazioni storiche che ci impedirebbero di riprovarle nella loro genuina novità. Anche in questo caso si è instaurato quel processo di consumazione che sbiadisce, annulla i genuini, primitivi sentimenti.

In fondo un romanzo di fantascienza che narri la scoperta e l’esplorazione di un mondo-pianeta nuovo perché sconosciuto e imprevedibile può risuscitare quei sentimenti di paura, sorpresa e meraviglia che una ennesima rinarrarazione della scoperta del continente americano non può far risuonare. In questo caso saremmo di fronte a una metafora totale con astronavi al posto delle navi e così via. Possiamo affermare che un simile romanzo fantastico sarebbe in fondo una narrazione più vera della narrazione storica? O per lo meno una narrazione più vera dei sentimenti, con informazioni inventate e quindi incapaci di anticipazioni? Come potrebbe essere, infatti, altrimenti raccontato nella sua genuinità ciò che come tale non può più essere raccontato e neppure percepito da noi lettori come tale? Come narrare la scoperta dell’America come verità?

 Potremmo allora dire che quel romanzo fantastico ha per oggetto la scoperta dell’America? Evidentemente no. L’oggetto è la scoperta e l’esplorazione di quel tal nuovo mondo? Lo è ma non è solo questo: è nello stesso la scoperta di ogni mondo nuovo e di quello specifico mondo; è nello stesso tempo metafora e realtà, immaginazione e realtà. L’oggetto è la narrazione o ri-creazione di quei sentimenti di meraviglia, sorpresa, paura, ossia la ri-creazione di una universalità di sentimenti concretizzata in un certa e singolare concatenazione di eventi? 

Con queste premesse si è almeno colti dal sospetto che l’ambito della metafora sia molto esteso.

Metafora non e solo un termine, o un’immagine o una proposizione ma un sistema, una narrazione, un’architettura. (problema del mondo) Le metafore bucano quella che noi chiamiamo realtà sensibile e la oltrepassano, creando mondi, oggetti e architetture che non hanno referenti in quel che chiamiamo mondo reale. Oggetti, mondi, architetture che hanno in se stessi e strutturalmente la possibilità di ermeneutica inesauribile e cangiante (problema dell’interpretazione ) Nella metafora coesistono strutturalmente informazione e creazione. (problema della struttura)

Ma la metafora è molto di più. E’, secondo molti pensatori, la struttura seminascosta e dimenticata dello stesso linguaggio dell’informazione e della scienza.

In passato la metafora è stata vista come concetto immaturo. Insomma la metafora sarebbe stata in senso storico e culturale un precursore del concetto e come tale sopravvivrebbe oggi: un immagine viva, immediata, abbagliante di una sorta di vicinanza fra immagini di una connessione intuita. A questa concezione si contrappone oggi una attività metaforica tutt’ora viva: le vecchie metafore hanno sempre fornito informazioni e senso, sono tutt’ora attive, anche se l’uso ne ha mascherato la forma. L’attività metaforica continua a produrre le sue forme aprendo nuove vie istituendo collegamenti e fornendo sensi. Lungi dall’essere mere figure retoriche brillanti esse continuano ad assolvere un compito conoscitivo, sia come attività viva sia come attività depositata. Secondo questa concezione anche il mondo delle teorie sarebbe illuminato conformato efficace, influente in virtù dell’attività metaforica che in esso agisce. Secondo Nietzsche

Lo stesso mondo così come lo vediamo sarebbe illusorio e metaforico.

C’è una certa analogia fra l’opposizione metafora/ concetto e quella ben più dibattuta tra metafisica e scienza. Sulle orme del Wittgenstein del Tractatus i neopositivisti relegarono la metafisica nel non senso in quanto non formata né da proposizioni fattuali né da proposizioni logiche. Questa idea era però presente in tutto il tormentato percorso della filosofia. La fece propria Hume che fornì a Kant l’occasione di uscire dal sonno dogmatico e la volontà di reagire.

Kant cercò di legittimare la scienza ponendo dei confini fra scienza e metafisica ma non si accontentò: il suo lungo percorso volto a demolire la metafisica, termina con una rivalutazione non della metafisica stessa ma dell’attività metafisica che spingendo la ricerca diventa motore propulsivo per l’attività produttrice di senso. Kant produce così un circolo virtuoso dove l’attività di non senso diviene produttrice e fondazione di senso.

Popper, ostile alla dicotomia positivista, non esita a dichiarare che ciò che ieri era metafisica oggi è fisica e con questa espressione sintetica da un lato ripercorre e dall’altro modifica l’impianto filosofico di Kant riconoscendo un generazione diretta e non circolare fra metafisica e fisica fra senso e non senso.

Più complesse, articolate, analitiche sono le posizioni di Poincarè e di Mach, che partendo sempre dall’analisi di leggi e principi fisici per individuarne la natura con una analisi accurata. L’analisi del Principio di conservazione dell’energia, individuato come principio basilare della fisica e della scienza in generale, viene assunto da Poincarè come test fondamentale e assolutamente significativo.

Se si suppongono validi il principio di conservazione dell’energia e della minima azione, sostiene Poincarè, è possibile:

 

“…fornire non una sola spiegazione meccanica, ma un’infinità. Grazie al noto teorema di Koenigs sui sistemi articolati, si potrà dimostrare che tutto può essere dimostrato in una quantità di modi , attraverso i legami come fa Hertz, oppure attraverso le forze centrali. Si dimostrerebbe anche facilmente che tutto si può sempre spiegare ricorrendo agli urti.”

 

Queste sono certezze non speculazioni. Non sono congetture da verificare, ma verità accertate. Con questa ipotesi le entità teoriche diventano tante quante le teorie possibili, ossia, infinite; ciascuna legittimamente “valida” all’interno della sua teoria, nessuna “vera” se non per convenzione. A questo punto come si può ancora parlare di entità teoriche come denotanti entità reali e di teorie come descrizioni vere della realtà?

Ma Poincarè non si ferma a questa constatazione; tutto quanto accertato vale, infatti, solo se sono validi il principio di conservazione dell’energia e quello di minima azione, ma che dire di questi principi? Sono almeno questi o altri simili a questi quei pilastri di verità a cui possiamo ancorarci? Poincarè lo nega decisamente:

I principi sono convenzioni e definizioni travestite” dice e per giustificare la sua affermazione indaga proprio su un principio, quello della conservazione dell’energia, vero pilastro portante dell’edificio della fisica. Senza dilungarci su questa indagine che ciascuno può del resto seguire nel capitolo ottavo ( Energia e Termodinamica) del suo trattato La Scienza e l’Ipotesi, Poincarè conclude che:

 

“Se si vuole enunciare il principio in tutta la sua generalità ed applicandolo all’universo, lo si vede quasi svanire, e non resta più che questo: C’è qualcosa che rimane costante.”[i]

 

Con questa conclusione Poincarè non vuol certo buttare alle ortiche un principio così basilare. L’invito è piuttosto a riconoscere in esso non lo statuto di una verità assoluta, ma quello di un principio regolativo, l’indicazione di una via da percorrere per ulteriori indagini.

Un principio regolativo è un’indicazione, un punto di partenza, un presupposto, ma anche un pregiudizio e un vincolo che apre delle strade e ne chiude altre. Dare ad esso una incondizionata validità può in definitiva divenire un ostacolo alla ricerca e una limitazione di libertà per il ricercatore.

La modernità e la grandezza di Mach è testimoniata anche dal suo non arretrare di fronte a qualsiasi esito. E’ lo stesso concetto di razionalità ad essere messo in dubbio. Mach giunse a negare che potesse esistere un criterio di razionalità a cui ricondursi e a concludere che la spiegazione scientifica non riconduce “la non intellegibilità a “intellegibilità”, ma piuttosto “si riconducono inintelligibilità insolite a intellegibilità usuali[ii]

Ripercorrendo le concezioni affiorate nel pur breve excursus sopra citato, potremmo dire che le posizioni di Kant e di Popper sono significative in questo senso: dire che ciò che ieri era metafisica oggi è fisica si rivaluta sì la metafisica dalla condanna incondizionata di non senso ma la si riconosce solo come continuo e permanente precursore di ciò che è senso, che trae il suo ambiguo valore proprio in quanto genitore incompiuto. Rapportandoci all’opposizione concetto/metafora questo equivale proprio a considerare la metafora un continuo precursore del “sensato" concetto.

Poincarè perviene a risultati analoghi ma innanzitutto con un’analisi più convincente perché più completa ed inoltre analizzando una legge fisica tutt’ora valida e tutt’ora all’opera. L’enfasi viene posta sull’attualità di questa presenza, di cui si analizzano i possibili influssi positivi e negativi.

Mach è più radicale perché il suo discorso riportato come esempio investe il concetto di razionalità ponendo fra questa è la sua negazione confini totalmente non razionali. Il concetto di razionalità assume aspetti e confini così incerti mutevoli da mettere in dubbio la possibilità assoluta di una qualunque razionalità.  

Considerando le posizioni di Mach e Poincarè come esemplari e regolatrici e trasferendole all’indagine sui rapporti fra metafora e concetto, potremmo prevedere che tale indagine debba essere approfondita nell’individuare non solo la presenza delle metafore nel nostro uso attuale dei concetti e nella loro produzione, pervenendo infine ad un giudizio che riconosce una profonda impossibilità non solo di una loro definizione in opposizione ma anche di una sostanziale impossibilità di stabilire confini.

Probabilmente molto di metaforico esiste nei termini teorici sui quali si dibatte in genere tra gli opposti di realtà e funzione economica. Per riconoscere queste presenze può essere utile il pensiero di Ramsey che si occupò di problemi dell’ esprimibilità delle teorie e della natura delle entità teoriche [iii]. Una delle conclusioni a cui perviene è che una teoria è sempre esprimibile nella forma:

($ x, y, z) ( dizionario) & (assiomi)

dove x, y, z, sono variabili, prese in estensione, su cui non vengono poste condizioni e che, quindi, non appartengono ad alcun "tipo" prestabilito di variabile teorica. L'intera teoria andrebbe dunque esposta come segue: esistono delle grandezze x, y, z, che soddisfano alle definizioni del seguente dizionario e ai seguenti assiomi della teoria.

 Con questa forma Ramsey compendiava in un'unica formula una teoria. Carnap ne illustra la filosofia con un esempio.  Supponendo di voler esprimere una teoria sul comportamento molecolare dell'idrogeno si suppongano come termini teorici:

Himol ( Molecola di idrogeno), Mol (molecola), Temp( Temperatura), Pres(Pressione), Mass b( Massa), Vel b,t(velocità)

L'intera Teoria sarà allora TC dove con T si intende:

(T) : #Mol#Temp#Press#Mass#Vel

ossia il complesso di leggi che connettono fra loro le entità teoriche e che comprenderà l'intera teoria cinetica dei gas, le leggi del moto molecolare, leggi che connettono Temp, Press, Vel ecc. mentre con C si intende:

(C) : Temp#Os1#Os2#Press#Os3#Os4.....

ossia quel complesso di leggi che Ramsey chiama dizionario e che comprenderà tutte le leggi operative, descrittive ecc. che legano fra loro dati sperimentali e osservativi, strumenti di misura, leggi empiriche, ecc. con grandezze teoriche. La teoria (TC) avrà la forma:

#Mol#Temp#Press#Mass#Vel#Temp#Os1#Os2#Press#Os3#Os4...

In questa forma Ramsey sostituisce tutte le grandezze teoriche con le variabili x, y, z,... in maniera tale che nell'intera formula non compaia più alcun termine teorico. A questo punto l'intera teoria si potrà esprimere come:

($x)( $y)( $z)( x # y # z...)&(Os1#Os2#Press#Os3#Os4..... )

dove non compare alcun termine teorico.

.

Per Carnap[iv]. la formula di Ramsey, che ritiene equivalente alla teoria da cui è stata derivata,di cui esprime tutti i contenuti e fornisce tutte le informazioni, è un vero e proprio uovo di Colombo. Non solo perché, scomparendo i termini teorici, scompaiono tutte le questioni ontologiche e filosofiche ( tra cui quelle di esistenza) che li concernevano, non solo perché, eliminando le entità teoriche, si elimina il sospetto per cui, annidandosi nella natura delle entità teoriche dei residui metafisici, attraverso esse tutta la scienza fosse contaminata dal "nonsenso" "metafisico": dimostrando che una teoria può essere esposta senza entità teoriche, Carnap, può affermare che ogni teoria può essere ricondotta al suo contenuto empirico.

 La formula esprime tutto il significato osservativo dei termini teorici senza aggiungere né togliere nulla. Una simile conclusione presuppone che nelle teorie, come usualmente vengono presentate, cioè mediante termini teorici, ci sia qualcosa di più e che quel qualcosa sia di troppo. Carnap ritiene che l'uso dei termini teorici implichi almeno la possibilità di un significato aggiuntivo. Senza esitare si può affermare che ciò che viene indicato da Carnap come "significato aggiuntivo" non è solo una possibilità, ma una realtà. Basti pensare che se sostituiamo alle variabili un qualsiasi altro termine sia pur generico e apparentemente innocuo (come evento, corpuscolo, cosa...) e lo usiamo per caratterizzazione di una grandezza teorica, questa viene senz'altro condizionata nella sua struttura, creando così da una parte aspettative e dall'altra vincoli, derivanti dal termine stesso, che in realtà, non sono realmente disponibili. Ovviamente, per Carnap queste aggiunte di significato non potevano che costituire residui di non senso-metafisico dannoso e non "necessario alla teoria per comportarsi appunto come teoria, ossia per spiegare i fatti e per prevederne nuovi"[v]. Ma è davvero difficile accettare l'equazione “significato aggiuntivo=metafisica=nonsenso" rifiutando di riconoscere a quel non senso la possibilità di essere valore regolativo che orienti l'attività scientifica[vi].

Una delle conseguenze della formula di Ramsey è, infatti, il particolare statuto assunto dalle proposizioni singolari. Che significato avrebbe un enunciato singolare del tipo:

“ La massa m in b è t” ?

Potremmo sensatamente asserirlo? La risposta è negativa poiché, se non conosciamo il significato del termine "massa" , non riusciamo a dare un senso alla proposizione. Non possiamo neppure dire sensatamente:

 ybt=5

dove al termine massa è stato sostituito una variabile così come compare nella formula.

L'unica possibilità di emettere sensatamente l'enunciato è dunque quella di emetterlo in congiunzione con la formula di Ramsey che gli fornisce il senso:

( Enunciato di Ramsey per la teoria) &(ybt=5)

alla domanda posta sopra: “La formula è equivalente alla teoria da cui è stata derivata?” a cui Carnap dava senz’altro risposta positiva Wittgenstein avrebbe risposto “assolutamente no! A proposito dei numeri definiti da Russell come classe di classi equipotenti nelle Osservazioni Sopra I Fondamenti Della Matematica, Wittgenstein che un simile riduzionismo si basa sulla perdita d'identità, sul camuffamento: "se li avvolgiamo in una quantità sufficiente di carta, tavoli, sedie, sbarre, alla fine, ci sembrano sfere" (2.52)

Di fatto una teoria è compenetrata di quei sovrappiù di senso o significato aggiuntivo tanto detestati da Carnap. 

Già Wittgeinstein osservava che per comprendere un semplice enunciato osservativi del tipo “questo è rosso” bisogna conoscerne parecchia di grammatica e di teoria. Ma anche Carnap che si occupò a lungo di predicati "disposizionali" e quindi teorici, tentando di darne definizioni.[vii] Successivamente, spronato dalle critiche di Pap, dovette concludere che, in realtà, non si danno predicati solamente disposizionali o solamente osservativi e che, quindi, tutti i predicati siano parzialmente teorici.

Esplicitamente si deve riconoscere nei linguaggi la presenza di termini teorici. Quel loro essere "cose",”oggetti” “eventi” ecc. ecc. ci indica la presenza di quel sovrappiù di significato, di quel carattere anticipatorio che caratterizza le entità teoriche non definibili esplicitamente. Se si guarda poi in generale la storia della filosofia nel suo dibattersi per dare alle cose uno statuto di sostanza, di accidente, di pensiero, di conglomerato di sensazioni, questa certezza si rafforza, come si rafforza la consapevolezza della presenza di significati aggiuntivi, di presupposti metafisici non dichiarati con la natura di analogie imperfette o metafore.

 

L’analogia può però essere superata in molti modi. La fotografia proietta una porzione di “realtà” su un piano, che diviene un modello bidimensionale del mondo in misura tale da far pensare ad una analogia fra fotografia stessa e porzione di mondo rappresentata. Analogia incompleta però perché non può essere estesa alla profondità se non in maniera molto imperfetta. E che dire della fotografia in bianco e nero che riducendo i colori a gradazioni di grigio, li confonde con le gradazioni della luce e del buio. E’ chiaro che l’analogia non regge compiutamente, non regge per questi motivi, non regge perché una casa fotografata su una collina non è sostenuta dalla collina o perché un cane fotografato non abbaia ecc. La fotografia insomma è un modello solo parzialmente analogico, essendo l’analogia limitata dai vincoli connessi alla sua formazione. Non ci si stupisce quando molti fotografi considerano la fotografia in bianco e nero astratta rispetto a quella a colori e spesso più carica di suggestioni.

A prima vista parlare di metafora a proposito di case dipinte sembra fuorviante eppure l’analogia di similitudine c’è come c’è il suo sfondamento. Come parliamo di onde della sabbia per similitudine con quelle del mare e da questa possiamo erroneamente inferire l’esistenza di balene della sabbia così noi parliamo di rapporti di similitudine fra la casa e la casa dipinta e da essa possiamo erroneamente inferire il terreno dipinto sostiene la casa dipinta come il terreno sostiene la casa. Qui l’analogia cade e da questa caduta nasce la creazione di nuovi mondi.

Con la fotografia si entra nel campo squisitamente informativo della modellistica e delle teorie.

Si può rappresentare un edificio con una pluralità di modelli, ad esempio una fotografia, un plastico, un diagramma dei percorsi, una serie di equazioni di formule e diagrammi che forniscono la sua immagine strutturale. Ogni modello fornirà il tipo di informazioni per cui è stato progettato ma non altre. Nel passaggio dalla realtà ad un suo modello si avrà insomma una perdita di informazioni; poiché è impossibile ricostruire l’edificio,nella sua completezza, avendo a disposizione solo i dati di un suo modello.

Un modello rappresenta quindi, una conquista, poiché rende accessibili una certa tipologia di informazioni non immediatamente disponibili nella realtà ma anche una perdita. Per costruire i modelli la realtà viene manipolata e sezionata con procedure necessariamente normalizzate e codificate affinché quello stesso modello possa essere condivisibile in senso informativo e interpretabile in modo univoco. Siamo in sostanza in presenza di un procedimento di assimilazione.

Ma non solo di un processo di assimilazione, perché l’uso dei modelli influenza coloro che li usano. In un edificio l’architetto vede soprattutto forme e colori, l’ingegnere, struttura, l’impresario, costi.  Non sono solo deviazioni professionali” ma forme, paradigmi, schemi, forme simboliche di comprensione del mondo o edificazione di mondi differenti. In definitiva il fenomeno della rappresentazione in modelli sia per la sua storia, sia per la sua genesi, sia per il suo uso contiene e si presta a suggestioni di tipo metaforico.

Quanto di metaforico ci fu nel modello di Newton, nell’atomo di nucleo e elettroni che ruotano come pianeti, nel planetario? Usiamo normalmente l’opposizione Hardware/software per caratterizzare i rapporti fra mente e corpo o per rappresentare il meccanismo del codice genetico, e benché quasi tutti siano consci dell’imperfezione dell’analogia e del carattere metaforico, li usiamo con fini esplicativi, comunicativi, informativi. Usiamo la matematica e molto si potrebbe dire sul suo carattere di metafora del mondo, che partita come analogia che faceva corrispondere il numero, la misura alle cose, come pensavano i Pitagorici ma anche Galilei, anche Cartesio, sviluppa una storia in cui possiamo ben rintracciare in quelle vere ‘impossibilità’ che furono gli ‘incommensurabili’, i numeri immaginari, gli infinitesimi, i mondi non standard, la metafora del mare di sabbia coi suoi fantastici pesci, polipi balene della sabbia. Penso che varrebbe davvero la pena ripercorrere la storia tormentata della matematica per scoprirne la vastità dei mondi e le tracce metaforiche.

Dobbiamo vedere la metafora, anzi l’agire metaforico, in un senso più ampio che non la metafora scritta e culturale. Dobbiamo vederla come modalità di vivere da assegnare ad un passato in cui si è disegnata questa organizzazione e questo destino.

Ora si può riprendere il discorso iniziale rilevando il significato metaforico in cui entrambi gli aspetti della metafora, quello informativo e quello immaginifico sono strutturali e continuano a convivere nella scienza e nella poesia, anche se l’aspetto immaginifico si consuma fino alla sua dissoluzione totale, tanto che ne scompaiono pure le tracce. E’ vero che la componente metaforica può ingannare e portarci in mondi illusori, ma è pure vero che essa è liberatoria e fornisce gradi di libertà di cui abbiamo bisogno per ampliare il nostro orizzonte.

Siamo piuttosto in presenza di un rapporto metaforico, normalizzato, a cui noi guardiamo vedendo solo l’informazione e di cui abbiamo dimenticato l’origine metaforica. E questa dimenticanza, che porta alla separazione fra modello e metafora sembra essere una caratteristica strutturale. Il che ci porta a vedere come strutturale la significanza della metafora nel suo necessario estinguersi e rinnovarsi come fattore strutturale senza il quale la metafora non sarebbe. Noi diciamo che una metafora si consuma quando perde il suo carattere immaginifico conservando quello informativo che diviene l’informativo per eccellenza. Così si è guardato alla metafora come forma immatura del concetto. Eppure tutto questo riflette il vero carattere della metafora all’interno della scienza o se si vuole il suo destino che è quello di non di dissolversi come metafora per aver esaurito un compito, ma di essere assimilata. La metafora non è quella o questa frase o configurazione ma il permanente accadere di nuove metafore, l’agire metaforico in generale che non è neppure limitato al fatto linguistico.

 

 Oggetti

 Heidegger ha esplicitamente cercato di caratterizzare l’opera d’arte nel saggio, Sull’origine dell’opera d’arte.  Gli oggetti, le cose, il loro essere vengono visti dagli uomini, nell’esercizio del suo mestiere di vivere, come strumenti. La cosa viene usata, viene vista, attira l’attenzione in quanto strumento. In questo senso appartiene al mondo e si risolve nel suo uso. Non così, secondo Heidegger, per l’opera d’arte: questa, nell’esperienza che ne facciamo, s’impone, come degna di attenzione non come uno strumento, ma in sé stessa e per sé stessa. In questo senso essa è irriducibile al mondo, non è testimonianza o espressione di un mondo esterno e indipendente e si lascia comprendere, anche se non si conosce il mondo in cui è sorta. E’ essa stessa a costituire il proprio mondo. L’opera d’arte è, in sostanza, apertura, progetto di mondo e di verità.

In Heidegger l’opera d’arte si presenta come riserva di significati mai completamente esplicitabili in tutte le possibili interpretazioni e in questo mostra un venire alla luce dell’essere e un suo nascondimento. Un contrasto di luce e di occultamento in cui l’occultamento non è ciò che verrà o potrà essere svelato, ma un qualcosa di strutturale che appartiene alla verità stessa.

Per Heidegger l’opera artistica è soprattutto la poesia, non la poesia espressa con la pittura o con la musica, ma quella espressa con le parole. Questa convinzione è radicata in tutto il pensiero di Heidegger, ma, soprattutto, si manifesta dopo “quella svolta” che lo portò a porre il primato dell’essere sull’esistere e, in correlazione, a presentare il linguaggio come manifestazione dell’Essere e il linguaggio dei poeti e dei pensatori come suoi custodi :

 

“Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora. Il loro vegliare è il portare a compimento la manifestatività dell’essere; essi, infatti, mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e nel linguaggio la custodiscono”

 

Dopo questa breve esposizione possiamo per conto nostro fare alcune osservazioni: un romanzo, una poesia presentano individui (individui in senso allagato e quindi anche sentimenti, sensazioni, popoli, genti ecc.) Se consideriamo per semplicità un romanzo, non possiamo che constatare che il romanzo è composto da tutto ciò che ci raccontano le sue parole, i suoi periodi, i suoi capitoli; nulla di più nulla di meno. Intendo dire che un romanzo non è, ad esempio una biografia di un individuo, su cui possiamo assumere informazioni da altre fonti. Quindi sul romanzo, sui suoi personaggi, sui suoi eventi, sappiamo quello che è scritto nel romanzo e nulla di più. Ma nel romanzo su vicende e personaggi non c’è scritto tutto e quel ch non c’è non lo sapremo mai, è destinato a rimanere oscuro. L’uso della lingua, delle parole, l’ambiguità oggettiva di significato dei termini e delle frasi ci suggerisce qualcosa ed apre come il ‘non raccontato’ alla molteplicità delle informazioni. Quanto appena detto dice quel che dice Heidegger?

Discutere del legame istituito da Heidegger tra essere e linguaggio, significa discutere tutta la sua filosofia è non è questo il luogo adatto; sono invece pertinenti almeno tre temi non necessariamente legati fra loro:

l’opera come valore in se e non per l’uso,

l’opera come creatrice e trascinatrice del suo mondo.

il concetto di riserva di significati.

La presenza oggettiva di una riserva di significati, anche in connessione di una impossibilità di svelamento totale, sembra implicare un’infinità interpretabilità dell’opera d’arte. Se intendiamo l’opera come portatrice di senso, l’infinita interpretabilità implica l’impossibilità di definire univocamente questo senso. Questa caratteristica sembrerebbe così caratterizzare il concetto stesso di opera d’arte. Tralasciamo per ora il concetto di riserva di significato e fissiamo l’attenzione sulla non univocità del senso e sull’infinità interpretabilità.

Questa pluralità di sensi e d’interpretazioni non è affatto una caratteristica tipica dell’opera d’arte ma è comune a tutte le teorie di una certa complessità. Una teoria non è categorica se non riesce univocamente a definire i suoi oggetti ovverosia il mondo cui si riferisce. La stessa aritmetica non è categorica: noi possiamo cercare di caratterizzare i numeri naturali con quanti assiomi vogliamo, senza riuscire a definire univocamente la serie dei numeri naturali. Questo vuol dire che possiamo stringere fin che vogliamo, ma in ogni caso non sapremo mai di preciso di che serie di entità stiamo parlando: le interpretazioni possibili sono infinite: forse i poeti e i pensatori romantici non erano solo vittime di suggestioni quando parlavano di infinito nel finito, perché di fatto ciò accade per tutte le teorie non categoriche e per una qualsiasi opera artistica dove oltre che l’oggettività della riserva di significato c’è, con essa strettamente connessa (si pensi che il linguaggio è strumento di comunicazione) l’oggettività della varietà dei soggetti, degli interpreti e dei compositori e la lunghezza finita dell’opera.

 

 La concezione di Heidegger degli oggetti e del mondo come oggetti d’uso ha le sue radici nel pragmatismo americano. E’ possibile che Heidegger ne sia stato influenzato, ma è più probabile che la sua meditazione sia autonoma. Certamente è strutturale al complesso della sua filosofia.

Ciò che manca sia a Heidegger che ai pragmatisti è una visione genetica e biologica di tutto il problema. Non è il caso di dilungarsi a questo proposito è sufficiente ricordare come gli oggetti trovino nelle teorie il loro significato e la loro esistenza. Essi sono e sono come sono in quanto generati all’interno di paradigmi teorici in quel linguaggio formatore di informazioni, la cui genesi è nell’uso del mondo. In questo senso il mondo assimilato può essere inteso come un coacervo di teorie il cui ambito investe tutto il nostro vivere e abbraccia un campo di connessioni e comportamenti ben più vasto di quello che di solito viene indicato come campo delle teorie. Teorie non sono solo la fisica, la chimica, ma anche quei modelli di comportamento del tutto abitudinari per la quasi totalità delle persone. Modelli e comportamenti che si erano affermati nella nostra lunghissima storia storico-biologica ben prima dell’emergere dello stesso linguaggio e dello stesso termine di “teoria”. All’interno di questa concezione trova un suo senso l’identificazione delle teorie come connessioni di informazioni in cui gli oggetti nascono e assumono significato geneticamente dal loro nascere in equilibrio fra le esigenze di uso-conquista del mondo e le risorse offerte dalle forme del nostro agire. Tutti gli oggetti delle teorie, quindi, e del mondo, inteso come coacervo di teorie, esistono ed esistono come tali all’interno delle teorie o più in generale dell’agire teorico la cui funzione è l’uso del mondo nel vivere e sopravvivere in esso.

Se l’arte è il vero non dell’informazione, ma del vivere che emoziona, sembrerebbe, dunque, che il suo oggetto debba essere il vivere, oggetto perfettamente compatibile con la sua funzione di presentazione d’individui.

Così come sembra facile concludere che gli “oggetti” delle teorie traggano il loro essere oggetti, il loro essere come sono e la loro esistenza all’interno delle teorie, gli oggetti dell’opera d’arte sembrerebbero tutt’uno con l’opera e non avrebbero altro uso che la loro funzione nell’opera. Gli oggetti delle teorie esistono, al contrario, solo all’interno della teoria. Ciò che conseguentemente li caratterizza è il loro esistere e il loro esistere come tali in funzione del fine e dell’uso. Hanno in se stessi la fonte dell’assimilazione e della violenza che appartiene a quell’accadere dell’uomo informatico che sopravvivendo è divenuto vincente. La sopravvivenza, la tirannia, l’uso del mondo sono geneticamente costitutivi del sopravvenuto teorizzare e dei suoi sopravvenuti oggetti.

In questo uso del mondo si differenziano le funzioni e i significati degli oggetti dell’arte.

L’arte non può avere fini; i suoi oggetti non costruiti per l’uso e non hanno esistenza nell’uso. L’uso è ciò che uccide l’arte. Essa muore quando questa abbandona il suo ufficio per abbracciarne altri, anche se supposti “nobili”. L’arte è aliena da ogni prescrizione che non sia la nostra emancipazione dall’omologazione del vivere teorico; eppure anche se essa assolve la sua funzione e, quindi, questa emancipazione, il fatto che ci debba emancipare, espresso come prescrizione, è un non senso; tutte le opere d’arte ci emancipano perché ci aprono al vero, presentando quella varietà d’individui, che il vivere teorico deve negare, nel suo ufficio d’assimilazione e omologazione.

Così si capisce come un oggetto “normale” possa divenire artistico inserito fuori del suo contesto d’uso; si capisce come lo stesso oggetto, una lattina di coca-cola, una “merda d’artista”, un pezzo di pietra, un martello, un manichino, una brocca possano essere isolati ed esposti con una presunzione d’arte. E’ improbabile che la sola esposizioni li trasformi e li renda “oggetti artistici”, ma non è meno importante che questa presunzione possa nascere e possa alimentarsi trovando una ragione d’esistere solo in quanto accade che l’oggetto, isolato come oggetto di contemplazione, perda o possa perdere il suo alone d’uso. Le fastose nature morte del passato, i semplici vasi e le ordinarie bottiglie dipinte da Morandi, quelle costruite e improbabili di Picasso, i manichini inquietanti di De Chirico derivano molto della loro magicità dalla vita che infondono a oggetti e utensili che sono rappresentati nella loro suggestione di oggetti essenti di per sé e non essenti per l’uso. Gli oggetti diventano magici perché vivono, perché, perdendo la loro connessione con la loro genesi d’assimilazione e di dominio, instaurando una sorta di redenzione da un peccato originale: come se si affermasse che l’uomo può costruire al di là del suo sopravvivere.

Questo non vuol dire che ogni oggetto raffigurato debba perdere il suo essere d’uso per essere artistico. La bottiglia raffigurata nelle mani di un contadino non è la bottiglia raffigurata da Morandi. Nel primo caso viene raffigurato il contadino che usa la bottiglia, così come potrebbe usare una falce. In questo caso essa compare come oggetto d’uso né potrebbe essere diversamente poiché l’oggetto della raffigurazione è non è la bottiglia in se, ma quello di un contadino che usa la bottiglia.

Da questo punto di vista è difficile capire come l’oggetto dell’opera d’arte, come sostiene Heidegger, sia creato dall’opera d’arte e che la stessa opera porti con se il suo mondo, ma la difficoltà appare più che altro dovuta alla terminologia. L’oggetto dell’opera è esterno o interno, costruito o non costruito? Da un lato è ovvio asserire che la sua genesi è esterna, ma dall’altro appare ovvio che questa stessa redenta dal suo significato d’uso, non offre più lo stesso oggetto: è lo stesso, ma cambia l’occhio con cui lo si guarda. L’atmosfera creata dall’isolamento effettuato con intenti di redenzione crea nuove anticipazioni.

D’altra parte è lo stesso carattere dell’opera d’arte che spesso si presenta non raffigurativo, non descrittivo a suggerirci che il suo oggetto in generale non nasce sotto la condizione di una genesi esterna. Di fatto accade che non appena si vuole specificare meglio le caratteristiche di questi “oggetti”, tutta la questione si complica; sembra che l’oggetto o, se si vuole, il “protagonista” non sia chiaramente identificabile neppure nell’opera narrativa. Né sembra sufficiente eliminare l’ingombrante termine di “oggetto” per sostituirlo con quello di “individuo”.

Linguaggio e poesia in Heidegger

 

Per coloro che si sono formati su autori quali Frege, Russell, Carnap, addentrarsi nella terminologia nel pensare figurato di Heidegger e' un po' come entrare in un campo minato. Del resto ogni interpretazione, ogni traduzione, ogni comprensione di un paradigma filosofico mediante un paradigma diverso, non può che risolversi in un'assimilazione ed in una perdita che, a loro volta, possono costituire una vera e propria falsificazione.

Quando Heidegger nella sua Lettera sull’umanismo [viii] parla del linguaggio come casa dell’essere di cui pensatori e i poeti sono i custodi dice qualcosa di suggestivo di cui è però difficile parlare, se non si sa ciò che si intende con “essere”, “dimora” e “linguaggio”. In Heidegger si parla molto di “ESSERE” e forse il primo problema per affrontare la sua filosofia è proprio quello di comprendere il senso di questo termine che nell’era del superamento della metafisica, almeno a prima vista, appare ancora “metafisico”.

Per Heidegger l’essere non è solo il mondo, ma anche l’uomo; l’essere è un mondo che comprende l’uomo. L’essere di Heidegger è quindi articolato, ma non nel senso di: mondo- oggetto, io (comunque inteso) soggetto e verità sul mondo come risposta a cui poter pervenire al termine di un cammino d’interrogazione dell’uomo sull’essere.

“soggetto” e “oggetto” sono ,infatti, denominazioni improprie della metafisica, la quale sin dall’inizio si è impossessata dell’interpretazione del linguaggio nella forma della “logica” e della “ grammatica occidentali”[ix].

 

dice ,infatti, Heidegger. L’Essere non è dunque articolato secondo le forme del paradigma gerarchico soggetto-oggetto-verità. Un simile paradigma d’interpretazione dell’Essere è, secondo Heidegger, il risultato di una svolta di pensiero intervenuta nella metafisica occidentale a partire da Socrate, una svolta che ha determinato quel corso di pensiero che costituisce un “ oblio dell’essere” e un oblio di questo oblio.

Il problema dell’essere e della sua conoscenza è il tema dominante di Essere e Tempo. Per giungere all’Essere, Heidegger parte dagli enti e, in particolare, quell’ente che è l’Esserci in cui si pone la domanda dell’essere. La via si rivela, però, cieca perché in fondo non si rivela altro che una ripercorrere il cammino compiuto dalla metafisica occidentale che proprio a quell’oblio aveva portato. E’ lo stesso linguaggio, così come interpretato da quella metafisica, a partire da Socrate e Platone, a dimostrarsi del tutto inadeguato e responsabile di quel fallimento. Cade così la possibilità di pervenire ad una conclusione e cade proprio per l’inadeguatezza dello strumento con cui si argomenta. 

Con questa conclusione siamo ad una svolta del pensiero di Heidegger, una svolta proprio sulla concezione dell’Essere e sulle vie per pervenire alla sua conoscenza. Cade il concetto di azione dell’uomo per giungere all’Essere e cade il concetto di conoscenza dell’Essere. Il completo disvelamento è negato in quanto viene considerata strutturale l’attività di svelamento e nascondimento dell’Essere stesso. L’Essere diviene soggetto agente.

La svolta è il riconoscimento della necessità di uscire dal linguaggio della metafisica e nello stesso tempo il riconoscimento del linguaggio come luogo di svelamento di ciò che dell’essere è accessibile. Ma qui, come si è visto dalla citazione riportata, il linguaggio di cui parla Heidegger come casa dell’essere non è il linguaggio dell’informazione, delle teorie, ma a quello dei pensatori e dei poeti. Ma dove si manifesta allora il linguaggio dell’informazione?

Secondo Heidegger: “...dobbiamo liberarci dell’interpretazione tecnica del pensiero i cui inizi risalgono fino a Platone e ad Aristotele”[x]al fine di ottenere la “.liberazione del linguaggio dalla grammatica per inserirlo in una struttura più originaria tocca al pensare e al poetare [xi]

La stessa speculazione successiva di Heidegger mostra la volontà di mettere in pratica la sua affermazione in maniera del tutto particolare. La ricerca dell’Essere avviene come ostinata ricerca linguistica di significati che risale etimologicamente di derivazione in derivazione. Non è una ricerca etimologica canonica e scientifica che sarebbe oltretutto in contraddizione con quel “pensatori e poeti”, ma è un sentire etimologico di echi e di assonanze; una etimologia “poetica e di pensiero” insomma; che però si esaurisce lì. La ricerca è già il risultato; un lasciare che le variazioni di sensi, di aggregazioni, di parentele semantiche, di metafore si mostrino così come sono avvenute. Il significato dell’essere è assegnato in sostanza a un disvelarsi di significati lungo la storia del vivere.

La ricerca appare anche una ricerca di un significato primitivo, di una autenticità originaria che secondo Heidegger antecede la metafisica dell’oblio. E’ una ricerca di autenticità dove Heidegger abbandona gli abiti dell’ontologo per indossare quelli del profeta e del maestro. Quella distinzione tra vita autentica e vita inautentica di Essere e Tempo ricompare sotto le vestigia dell’essenzialità e dell’originalità dell’interpretazione e del linguaggio. La profeticità non è solo un’aura in cui egli stesso e i suoi interpreti hanno voluto avvolgere “la svolta”, ma è strutturale nel suo pensiero, che pur nelle sue evoluzioni non ha mai perso di vista l’esigenza della ricerca della “autenticità”. L’invito a dialogare con i poeti rivela è un invito verso un comportamento “autentico”. 

 

E’ difficile accettare che la svolta ( Heidegger ci indica come essa sia avvenuta con un certo accadere della filosofia greca e ne indica chiaramente i colpevoli) verso il vicolo cieco della filosofia dell’oblio dell’essere abbia avuto un ben determinato cominciamento storico e costituisca un evento culturale. E’ difficile accettare che il linguaggio simbolico, quello dell’interpretazione non sia strutturale nell’uomo e non partecipi dell’Essere, ma sia solo un errore culturale. Le strutture linguistiche di cui il “linguaggio della metafisica”, per Heidegger, ha fornito interpretazioni così indigenti, prefiguravano e prefigurano le preteorie e le teorie conquistatrici di sopravvivenza, di dominio e di perdita. Non un’interpretazione, ma un accadere di teorie, preteorie forme linguistiche che accompagna e costituisce l’emergere dell’uomo sopravvivente così com’è sopravvissuto. E quindi ben più antiche di un accadere filosofico in un certo periodo del pensiero greco. Quando Socrate, Platone e Aristotele elaborano il loro pensiero le strutture del linguaggio informativo costituiscono già un paradigma in marcia che ha già attuato, sta attuando e attuerà quel destino di assimilazione di dominio e di perdita.

Ciò che Heidegger non vede è la strutturalità sia del comportamento informativo sia di quello artistico. Non ne vede la strutturalità perché non ne vede la genesi formativa che è di sopravvivenza come esserci. L’essere dell’uomo nel mondo s’è determinato come volontà cieca di sopravvivenza. Nel linguaggio verità è depositato e si deposita la storia di questo destino. In questo senso nel linguaggio, come in un fossile vivente, è depositata la storia dell’essere e del suo sopravvivere;

 


 

 



[i]Poincarè p. 142

[ii]Mach, 1872, p.31

[iii] F. P. Ramsey, I Fondamenti della matematica e altri scritti di Logica. 1931

[iv]Vedi R. Carnap, I Fondamenti filosofici della Fisica,

[v]Ibidem p. 317

[vi]Sul senso e non senso metafisico vedi tutta la seconda parte.

[vii] R. Carnap, controllabilità e significato,

[viii]M. Heidegger Lettera sull’umanismo Adelphi p. 31 La lettera nacque come risposta alle tesi sostenute da Sartre in L’esistenzialismo è un umanismo e segnò una svolta nella sua filosofia. Sartre aveva caratterizzato l’esistenzialismo come la filosofia del primato dell’esistere sull’essere e lo aveva elevato al rango di nuovo umanesimo. Heidegger rispose con il chiaro intento di smarcarsi sia dalla tesi di Sartre sia da ogni interpretazione esistenzialista del suo pensiero, capovolgendo la tesi di Sartre. L’affermazione chiara del primato dell’essere, il rifiuto di ogni compromissione con le tesi esistenzialiste, l’affermazione del carattere ontologico del suo pensiero, rappresentarono la svolta in cui il linguaggio assunse il ruolo di luogo privilegiato di disvelamento dell’essere.

[ix] C. s.  p. 32

[x] C.s. p. 33

[xi] C.s. p. 32

 

 

 

 

 

 

 

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